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Berlino, 26 settembre 2004

"1a Maratona di Berlino"

(di Federico Chellini)

Team Equinox Running - Il Borghetto (Poggibonsi -SI)

La mattina della maratona inizia presto, complice una quanto mai infelice collocazione dell'hotel (più adatta ad una gita di pensionati che ad un gruppo di maratoneti...).
Sono le 5:30 quando le mille sveglie iniziano a suonare. Ognuno di noi ne ha rimesse per lo meno un paio: vietato fare tardi.
Ci troviamo a fare colazione, le facce ancora assonnate, vestiti nelle nostre tute nuove di zecca. La divisa pronta dalla sera prima, i pettorali attaccati con precisione certosina, gesti che si ripetono sistematicamente come riti religiosi.
Ad aspettarci tre pulmini che ci portano alla prima stazione della metro: Spandau.
Poche fermate e siamo in zona partenza: Tiergarten.
Causa lavori in corso una sola uscita ed un fiume di persone tutte diligentemente in fila (siamo in Germania del resto...).
Una sacca bianca in mano con i panni di ricambio ci accomuna tutti.
Nonostante esserci mossi per tempo è già tardi.
Una lenta pioggerellina scende sopra le nostre teste.
Temiamo l'acqua e sopratutto il freddo: siamo intorno ai dieci gradi.
Dobbiamo dividerci per raggiungere le rispettive zone di partenza.
Un' ultimo interminabile abbraccio per farci coraggio.
Adesso siamo soli, con le nostre gambe, i nostri muscoli e le nostre paure.
Fila B.
Vedo le teste dei Top Runners a non più di dieci metri da me.
Passano i pochi minuti rimasti, il count down dello speaker...
Partiti!
Le gambe cominciano a girare.
I primi chilometri si susseguono fluidi, senza intoppi: partire davanti è un vantaggio incredibile.
Altri mi dicono aver faticato fino al decimo chilometro per trovare il giusto passo.
Come sempre parto veloce, le gambe ci sono, la testa anche.
Non sento la gente che mi incita, sono solo con me stesso.
Passo al decimo in linea con il mio record personale sulla distanza.
Mi impongo di rallentare, ma non è facile quando stai bene.
Penso agli altri, a quando ci ritroveremo a fine gara.
Sento le note di una band al lato della strada.
Mi dà la carica.
Immagino quello che proveranno gli altri quando passeranno da qua; quelli che non hanno mai vissuto esperienze come questa.
Sfrecciano al mio fianco due Top Runners, volano come gazzelle; non so spiegarmi la loro presenza.
Probabilmente qualcuno ha fatto più tardi di noi ... non possono averci doppiato!
Arrivo alla mezza con il record personale: proprio non ce la faccio ad amministrare le forze ... Quando imparerò?!?
Mi impongo di guardare a terra per non perdere la concentrazione.
Le caviglie di un giapponese sono il mio riferimento.
Facciamo a turno per darci il cambio.
Ci sono momenti in cui il freddo si fa sentire, ti prende alle gambe.
I muscoli iniziano ad indurirsi, perdo di agilità: l'azione si fa più pesante.
Al trentesimo sono ancora in linea con i miei tempi.
Inizio il conto alla rovescia.
Mi figuro le strade intorno casa, i percorsi già fatti, le distanze percorse fino alla nausea.
Devo arrivare al paese vicino e tornare, dopotutto quelli sono 12 chilometri...
Passo il trentacinquesimo, senza accorgermene: ne mancano solo sette.
Non prendo più gli split; ho già mancato diversi riferimenti chilometrici sia perché non ben posizionati, sia perché troppo concentrato.
Cinque al traguardo: una ripetuta, la pista ciclabile del paese andata e ritorno.
Alexander Platz, le forze sono ormai finite.

La torre della televisione avvolta nella nebbia come la mia mente.
E' ampia, troppo.
il vento soffia come in Siberia: fa freddo.
Un'ultima curva ed è il rettilineo finale.
All'orizzonte la porta di Brandeburgo.

Qualche mano malvagia sembra spostarla più in là ogni passo che faccio...
Adesso si, avverto le persone che mi incitano e gridano il mio nome scritto sulla canottiera.
Le transenne trattengono a fatica il loro entusiasmo.
Passo la porta e vedo il traguardo.
Una folla immensa ad aspettarci.
I nostri volti stremati passano sullo schermo gigante.
Una voce potente enfatizza il momento (chissà perché poi questi tedeschi quando parlano sembrano tutti come l'ufficiale nazista de "La Vita è Bella" mentre illustra le regole del campo...).
Chino lievemente la testa ed una signora di un biondo improbabile come Platinette mi mette al collo la medaglia.
Sono felice come non mai.
Il pensiero va subito agli altri che devono arrivare.
Mi metto ad aspettare, ma inizio a tremare.
Per fortuna arriva Yuri, le lacrime agli occhi; ci abbracciamo.
Con lui torniamo verso i camion per riprendere i nostri vestiti.
Devo quanto prima tornare sul traguardo per vedere l'arrivo degli altri, di Silvia, la mia ragazza.
E' alla sua prima maratona ed un dolore alla gamba nei giorni precedenti la preoccupava tantissimo: aveva paura di non farcela.
Non la trovo, non la vedo.
Davanti agli occhi miriadi di persone multicolori, ma non lei.
Siamo a tre ore e quaranta, quattro, il cronometro sul traguardo inesorabile conta il tempo che passa.
quando sono cinque mi entra la paura: forse ha mollato, forse il dolore ha potuto più della sua forza di volontà.
Torno sconfortato verso la zona dove ci eravamo dati appuntamento.
Un sorriso immenso fa da cornice alla sua medaglia.
E' lei, mi è passata sotto gli occhi e non l'ho vista.
Quattro ore e sedici... niente male.
Ci abbracciamo felici e consapevoli che questo sia un giorno che ricorderemo per sempre.
Con gli altri ci scambiamo impressioni, sensazioni ed emozioni.
E' questo uno dei momenti più belli di una maratona e ce lo godiamo a pieno.
 

Federico Chellini


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